Ultima modifica: 28 Gennaio 2016

Recensione libro Flatlandia

Recensione libro: “Flatlandia”

Flatlandia è unlibro pubblicato verso la fine dell’ottobre 1884.

L’autore,Edwin A. Abbott, nato a Londra nel 1838, grande erudito di solida ed eclettica cultura, teologo, scrittore e docente, scrive questo racconto per inscenare “satire e lezioni” in un contesto bidimensionale. Crea,infatti, con l’uso dell’immaginazione, grande e potente strumento al quale è devoto, un mondo piatto a due dimensioni, Flatlandia appunto, dove vige una fortissima gerarchizzazione delle classe sociali e l’appartenenza di ogni individuo maschio, figura rigorosamente piana e regolare, ad una piuttosto che ad un’altra di queste classi è dettata dal numero di lati che possiede: all’aumentare di questo numero si sale di classe sociale.

Al di là di tutte le leggi e le dinamiche di vita in questo mondo piatto, che l ‘autore narra, spiega e motiva (poiché per noi tridimensionali possono essere, talvolta, di non immediata comprensione), il libro suscita pensieri e spinge alla riflessione.

Per cominciare debbo precisare che le opinioni dell’autore sono di tutt’altra natura di quelle espresse dal quadrato narrante, suo alter ego nonché abitante di Flatlandia, e che pertanto faremmo un grave errore accusando Abbott di misoginia.

E a tal proposito è importante, poiché non ne potremmo fare a meno, contestualizzare lo scrittore e il suo racconto nel periodo storico in cui fioriscono.                                                         In quegli anni, infatti, vigeva in Inghilterra il regime Vittoriano che, accanto ad un progresso economico, è stato portatore di grande rigidità.                                                                                    La matematica vittoriana, sviluppatasi in quel periodo appunto è fortemente rivoluzionaria: matematici come James Joseph Sylvester arrivarono a teorizzare l’esistenza della quarta dimensione, e taluni addirittura a mettere in discussione gli scritti euclidei.

Come collocare, quindi, il racconto di Abbott nelle teorie matematiche nascenti? L’interrogativo dovrebbe sorgere in noi lettori non appena ci rendiamo conto che Flatlandia non è un libro matematico, non solo almeno.

Il contesto matematico incornicia uno scenario politico, sociale, che induce alla riflessione e stimola l’immaginazione: la matematica costituisce, nel racconto, il fondamento su cui poggia l’ edificio del modo di pensare di Abbott e delle sue idee.

Da quale punto di vista bisogna vedere il racconto? Dire che il racconto sia satira politico-sociale al sistema vittoriano, come etichettarlo trattato matematico, così come definirlo una riflessione più o meno teologica sarebbe riduttivo e superficiale; vi invito a vedere il racconto come penso farebbe Abbott stesso.

Flatland, in maniera perfettamente incline alla professione dell’autore, costituisce un’introduzione elementare alle idee della geometria degli spazi a n dimensioni. Come osservò Sylvester.

Matematicamente parlando, difatti, le dimensioni costituiscono parti integranti dello spazio che si considera: basti pensare come cose che appaiono inspiegabili in un mondo a n dimensioni abbiano lampante cagion d’essere in uno spazio di n+1 dimensioni; come, ad esempio, la creazione di un buco circolare che prima si allarga, e poi si restringe fino a scomparire, fatto inspiegabile in un mondo bidimensionale, trova facile spiegazione nel nostro a tre dimensioni come il passaggio di una sfera attraverso un piano (esempio usato e spiegato nel libro).

Le differenze, quindi, tra un mondo a una, due, tre…. dimensioni è netta dal punto di vista cognitivo: ogni essere comprende e “vede” ciascun altro di un mondo di almeno una dimensione in meno, ma ha difficoltà nell’intendere enti appartenenti ad un mondo di numero di dimensioni maggiore.

Un’altra differenza emerge nel libro durante il viaggio del quadrato ai mondi di Puntolandia e Linealandia. A Puntolandia il mondo intero (un punto) coincide con una sola persona (un punto), mentre a Linalandia gli abitanti sono di numero maggiore ma disposti sempre uno dietro l’ altro, così a Flatlandia le figure possono essere una dietro o accanto all’ altra e da noi, Spaziolandia, possiamo stare uno dietro, accanto, o sopra l’altro……

….. e poi? Malgrado le differenze, le spiegazioni si fermano sempre al nostro numero di dimensioni, non vanno mai oltre. Subentra quindi l’Abbott teologo, l’Abbott che usa l’immaginazione, l’Abbott che ha concepito un mondo di dimensioni diverse da quello in cui vive e ha adottato la mentalità di un suo abitante l’Abbott che ci dice, che ci insegna che fra le dimensioni non vi è alcuna differenza.

“siamo tutti soggetti ai medesimi errori, tutti schiavi dei nostri rispettivi pregiudizi dimensionali”.

Ci insegna che, a prescindere che il mio mondo sia di due tre o quattro dimensioni, io sarò sempre forte, mi sentirò migliore rispetto a uno che abita rispettivamente un mondo mono, bi e tridimensionale; così sarò scettico a credere ad un individuo che predica l’ esistenza della terza, quarta o quinta dimensione.

In altri termini Abbott, coniugando i massimi pragmatismi e razionalismi con le più grandi speculazioni di pensiero e riflessioni astratte, ci esorta ad uscire dal nostro ego, ad uscire dalla nostra dimensione, a non essere solo orientasti sui pensieri “è vero, so tutto di questo” o “è falso, non ne so nulla” a fronte di un input esterno, ad essere pronti a trovarci in difficoltà, a metterci in discussione; perché nessuna conoscenza dalla matematica alla religione è esatta e assoluta e perché, nonostante le dimensioni che il mio mondo possa avere, sarà sempre formato da singoli punti.

 

Leonardo Spreafico 2^L

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